Preghiera e Liturgia

"Abiterò nella Casa del Signore" - riflessione introduttiva

Salmo23Abiterò nella Casa del Signore Sal 23,6.

Il Salmo 23 - secondo la datazione greco latina 22 - è un testo conosciuto, familiare a tutti e amato da tutti. Le sue parole descrivono con scene poetiche la vera fede cristiana. Il Salmo è una grande scuola di fede. Il messaggio del Salmista non si limita però a farci conoscere l’amore che Dio vuole riversare su di noi. Egli, infatti, va ben oltre e con la testimonianza di una fede esemplare ci invita a rispondere all’amore di Dio con una fiducia totale, la stessa fiducia che le pecore ripongono nel loro pastore.

Dio ci ama e vuole prendersi cura di ognuno di noi, dandoci la disponibilità di tutta la sua vita, offrendoci tutto se stesso per assicurarci il bene e l’amore. A questa disponibilità assoluta di Dio a stringere con ciascuno di noi un rapporto intimo e vitale, di totale donazione di se stesso, deve però corrispondere da parte nostra una fede altrettanto forte. Rivolgersi al Signore nella preghiera implica un radicale atto di fiducia, nella consapevolezza di affidarsi a Dio che è buono, «misericordioso, e ricco di amore e di fedeltà» Es 34,6-7; Sal 86,15; cfr Gl 2,13; Gn 4,2; Sal 103,8; 145,8; Ne 9,17. Il Salmo è tutto pervaso di fiducia, in cui il Salmista esprime la sua certezza di essere guidato e protetto, perché il Signore è il suo pastore.
 
«Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla».

Così inizia questa bella preghiera, evocando l’ambiente nomade della pastorizia e l’esperienza di conoscenza che si stabilisce tra il pastore e le pecore che compongono il piccolo gregge. L’immagine richiama una atmosfera di confidenza, intimità, tenerezza: il pastore conosce le sue pecore una per una, le chiama per nome ed esse lo seguono perché lo riconoscono e si fidano di lui cfr Gv 10,2-4. Si prende cura di loro, le custodisce come bene prezioso, ed è sempre pronto a difenderle. Nulla può mancare se il pastore è con loro. A questa esperienza fa riferimento il Salmista, chiamando Dio suo pastore, e lasciandosi guidare da Lui verso pascoli sicuri.
 
«Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia, mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome».
La visione che si apre ai nostri occhi è quella di prati verdi e fonti di acqua limpida, oasi di pace verso cui il pastore accompagna il gregge, simboli dei luoghi di vita verso cui il Signore conduce il Salmista, che si sente come le pecore sdraiate sull’erba accanto ad una sorgente, fiduciose e tranquille, perché il posto è sicuro, l’acqua è fresca, e il pastore veglia su di loro. E non dimentichiamo qui che la scena evocata dal Salmo è ambientata in una terra in larga parte desertica, battuta dal sole cocente, dove il pastore vive con il suo gregge nelle steppe riarse che si estendono intorno ai villaggi. Ma il pastore sa dove trovare erba e acqua fresca, essenziali per la vita, sa portare all’oasi in cui l’anima si rinfranca ed è possibile riprendere le forze e nuove energie per rimettersi in cammino. Come dice il Salmista, Dio lo guida verso «pascoli erbosi» e «acque tranquille», dove tutto è sovrabbondante, tutto è donato. Se il Signore è il pastore, anche nel deserto, luogo di assenza e di morte, non viene meno la certezza di una presenza di vita, tanto da poter dire: «non manco di nulla». Il pastore, infatti, ha a cuore il bene del suo gregge, adegua i propri ritmi e le proprie esigenze a quelli delle sue pecore, cammina e vive con loro, e le guida per sentieri giusti, cioè adatti a loro, con attenzione alle loro necessità e non alle proprie. La sicurezza del suo gregge è la sua priorità e a questa obbedisce nel guidarlo. Anche noi, come il Salmista, per quanto difficili, tortuosi o lunghi possano apparire i percorsi della nostra vita, spesso anche in zone desertiche spiritualmente, senza acqua e con un sole di razionalismo cocente, con la guida di Cristo, siamo certi di andare sulle strade giuste e che il Signore ci guida e ci è sempre vicino e non ci mancherà nulla. Per questo il Salmista può dichiarare una tranquillità e una sicurezza senza incertezze né timori:
 
«Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza».

Chi va col Signore anche nelle vali oscure della sofferenza, dell’incertezza e dei tanti problemi, si sente sicuro. «Tu sei con me»: questa è la nostra certezza, quella che ci sostiene. Il buio della notte fa paura, con le sue ombre, la difficoltà a distinguere i pericoli, il suo silenzio riempito di rumori indecifrabili. Per parlare della «valle oscura», il Salmista usa una espressione ebraica che evoca le tenebre della morte, per cui la valle da attraversare è un luogo di angoscia, di minacce, di pericolo di morte. Eppure l’orante procede sicuro, senza paura, perché sa che il Signore è con lui. Quel «tu sei con me» è una proclamazione di fiducia incrollabile e di una esperienza di fede radicale; la vicinanza di Dio trasforma la realtà, la valle oscura perde ogni pericolo si svuota di ogni minaccia. Il piccolo gregge ora può camminare tranquillo, accompagnato dal rumore familiare del bastone che batte sul terreno e segnala la presenza rassicurante del pastore. Questa immagine confortante chiude la prima parte del Salmo, e lascia il posto ad una scena diversa. Siamo ancora nel deserto, dove il pastore vive con il suo gregge, ma adesso siamo trasportati sotto la sua tenda, che si apre per dare ospitalità:
 
«Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca».

Il Signore è presentato come Colui che accoglie l’orante, con i segni di una ospitalità generosa. L’ospite divino prepara il cibo sulla mensa. È un gesto di condivisione non solo del cibo, ma anche della vita, in un’offerta di comunione che crea legami. E poi c’è il dono dell’olio profumato sul capo, che dà sollievo dall’arsura del sole del deserto, rinfresca e lenisce la pelle e allieta lo spirito con la sua fragranza. Infine il calice ricolmo aggiunge una nota di festa, con il suo vino squisito, condiviso con generosità. Cibo, olio, vino: sono i doni che fanno vivere e danno gioia perché vanno al di là di ciò che è strettamente necessario ed esprimono la gratuità dell’amore. Il Salmista è fatto oggetto di tante attenzioni, per cui si vede come un viandante che trova riparo in una tenda ospitale, mentre i suoi nemici devono fermarsi a guardare, perché colui che consideravano loro preda è stato messo al sicuro, è diventato ospite sacro. Quando Dio apre la sua tenda per noi, nulla può farci del male. Quando il viandante riparte, la protezione divina si prolunga e lo accompagna nel suo viaggio:
 
«Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni».
La bontà e la fedeltà di Dio sono la scorta che accompagna il Salmista che esce dalla tenda e si rimette in cammino. Ma è un cammino che acquista un nuovo senso, e diventa pellegrinaggio verso il Tempio del Signore, il luogo santo in cui l’orante vuole «abitare» per sempre e a cui anche vuole «ritornare». Il verbo ebraico qui utilizzato ha il senso di «tornare», ma, con una piccola modifica vocalica, può essere inteso come «abitare», e così è reso dalle antiche versioni. Ambedue i sensi possono essere mantenuti: tornare al Tempio e abitarvi è il desiderio di ogni Israelita, e abitare vicino a Dio nella sua vicinanza e bontà è l’anelito e la nostalgia di ogni credente: poter abitare realmente dove è Dio, vicino a Dio. Seguire il Pastore porta alla sua casa, è quella la meta di ogni cammino, oasi desiderata nel deserto, tenda di rifugio, luogo di pace dove sperimentare la bontà e l’amore di Dio, giorno dopo giorno, nella gioia serena di un tempo senza fine. Le immagini di questo Salmo, con la loro profondità e ricchezza, hanno accompagnato l’esperienza religiosa del popolo di Israele e accompagnano i cristiani.
 
«Abiterò nella casa del Signore».
Anche noi, con le parole del Salmo 23, manifestiamo il desiderio di abitare nella casa del Signore, il tempio che è questa chiesa. Nella risurrezione di Cristo possiamo affermare: «Il Signore è il mio pastore non manco di nulla». Nel compiersi del mistero pasquale ci viene donata la pienezza della vita, perché gustiamo che nel suo amore non ci manca più nulla, perfino la morte è sconfitta. Questo apre per noi un orizzonte che ci fa scoprire un modo nuovo di vivere la vita. Allora anche noi fin d’ora desideriamo «Abitare nella casa del Signore», sentire la Chiesa come la nostra casa, la nostra famiglia, un luogo di relazioni vere. E proprio in un contesto di guerra e di forti tensioni, come quello attuale, l’atteggiamento della fraternità risuona in tutta la sua potenza profetica ed evangelizzante. Dobbiamo riscoprire il dono della comunità come via per la nostra salvezza.

Sia lodato Gesù Cristo.

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